Occupazione giovanile e precarieta’, i nodi del mercato del lavoro

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Il Rapporto Annuale 2012 sulla situazione del nostro Paese, presentato dall’Istat il 22 maggio, conferma l’attuale situazione critica dell’Italia e di tutta l’area dell’euro, che mette a rischio i fondamenti stessi dell’Unione Monetaria Europea. In tale contesto, l’Italia si trova a dover fronteggiare una delle crisi più difficili della sua storia.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro interno, il leggero aumento (0,4 per cento) dell’occupazione totale nel 2011 sembra alimentata principalmente dall’occupazione straniera, che è cresciuta dell’8,2 per cento (pur in presenza di una diminuzione del tasso di occupazione specifico), mentre quella italiana è calata dello 0,4 per cento. Aumenta anche l’occupazione femminile (+1,2 per cento) a fronte di una sostanziale stabilità di quella maschile.

Particolarmente grave la situazione dei giovani: nel 2011 il tasso di occupazione dei 18-29enni è sceso al 41 per cento, dopo aver toccato il valore massimo del 53,7 per cento nel 2002. Al contrario, il tasso di disoccupazione dei più giovani appare in costante crescita nel corso degli ultimi quattro anni, con un’ulteriore accelerazione a partire dall’autunno 2011, in cui si sono registrati valori superiori al 30 per cento.

Il peso dei giovani sul totale della popolazione è diminuito dal 19 per cento nel 1993 al 12,9 per cento nel 2011. Questo cambiamento demografico ha fatto sì che, pur aumentando il tasso di disoccupazione giovanile, il numero complessivo di giovani disoccupati sia oggi più basso di quindici anni fa.

A peggiorare le situazione incidono i cosiddetti “scoraggiati”, cioè coloro che, pur non avendo un lavoro, non lo cercano perché pensano di non trovarlo: in Italia sono più di 1 milione e 800.000, perlopiù giovani. Tra gli inattivi si è ridotta l’area di chi non è interessato a lavorare, mentre è cresciuta la “zona grigia”, ossia coloro che non cercano lavoro attivamente ma che, se si presentasse l’occasione, sarebbero comunque disposti a lavorare. L’Istat segnala che lo scoraggiamento e l’attesa degli esiti di passate azioni di ricerca sono state le principali motivazioni della mancata ricerca di una occupazione. La popolazione giovanile italiana si caratterizza per una quota dei Neet (giovani che non studiano e non lavorano) sensibilmente superiore alla media europea (22,1 per cento nel 2010 contro il 15,3 per cento della Ue27).
La disoccupazione giovanile si alterna spesso con l’occupazione a termine: se nel passato la prima corrispondeva principalmente all’attesa del lavoro stabile, oggi essa è prevalentemente determinata dall’instabilità del lavoro per i giovani, cioè dall’alternarsi di brevi fasi lavorative e periodi di disoccupazione.

La crisi economica nel 2009, infatti, ha comportato una riduzione dell’occupazione temporanea di 171 mila unità, di cui oltre la metà giovani al di sotto dei trent’anni, ma già dal 2010 si osserva una ripresa dell’occupazione temporanea, che si rafforza nel 2011, anno in cui la crescita del lavoro dipendente è quasi esclusivamente da attribuire all’incremento del lavoro a termine (per i giovani l’espansione di questa tipologia di contratti compensa solo parzialmente la perdita di posizioni a tempo indeterminato).

La seppur lieve crescita dell’occupazione totale, quindi, è stata favorita dall’introduzione di forme di flessibilità all’ingresso. Ne è corrisposta una segmentazione del mercato del lavoro in termini di condizioni contrattuali e di tutele del lavoratore, cosicché oggi il mercato del lavoro si caratterizza per una chiara bipartizione dei lavoratori tra quelli con contratti di lavoro a tempo indeterminato e quelli con altre forme contrattuali, con una scarsa permeabilità tra i due segmenti ed una difficoltà di transitare dall’occupazione temporanea a quella permanente.
Nel 2011 l’occupazione standard (a tempo indeterminato e a tempo pieno) è diminuita dello 0,6 per cento, a fronte di aumenti del 5,3 per cento di quella a termine (incluse le collaborazioni) e del 2 per cento di quella a tempo parziale, in gran parte “involontaria”, ovvero accettata in mancanza di un impiego a tempo pieno.

Di conseguenza, il peso degli occupati atipici (dipendenti a tempo determinato, collaboratori o prestatori d’opera occasionale) sul totale degli occupati è in progressivo aumento: secondo l’indagine sulle forze di lavoro, nel 2011 i lavoratori con contratti a termine alle dipendenze, o che svolgono la propria attività principalmente con contratti di collaborazione sono 2 milioni 719 mila, pari all’11,8 per cento degli occupati complessivi. Essi sono prevalentemente giovani: ha iniziato con un lavoro atipico quasi la metà (44,6 per cento) dei nati dagli anni ’80 in poi; il 31,1 per cento per la generazione degli anni ’70; il 23,2 per cento dei nati negli anni ’60 ed appena un sesto circa tra i nati delle generazioni precedenti. Senza considerare che a dieci anni dal primo lavoro atipico, quasi un terzo degli occupati è ancora precario e uno su dieci è senza lavoro.

Il 2012 sarà ricordato come un anno molto difficile sul piano economico e sociale. Le previsioni dell’Istat indicano per quest’anno una contrazione del Pil dell’1,5 per cento. I consumi delle famiglie e, soprattutto, gli investimenti subiranno forti riduzioni (-2,1 per cento e -5,7 per cento, rispettivamente), mentre la domanda estera netta fornirà un contributo positivo, grazie all’aumento delle esportazioni (+1,2 per cento) e alla forte caduta delle importazioni (-4,8 per cento). La prevista riduzione dell’occupazione e la contenuta dinamica retributiva contribuiranno all’ulteriore contrazione del reddito reale delle famiglie, in presenza di un’inflazione ancora elevata. Se è vero che per risalire bisogna prima “toccare il fondo”, sembra che il fondo non arrivi mai.

 

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