FARECENTRO torna con amici vecchi e nuovi e con idee, ebbene sì, anch’esse alcune “vecchie” e altre nuove perché se è vero che solo gli stolti o i troppo amanti di sé non cambiano mai opinione e che quando i fatti cambiano è preferibile all’ostinata coerenza la ricerca di nuove ragioni, è anche vero che ci sono “pensieri lunghi” che attraversano i cambiamenti e si ripresentano attuali pur in modi differenti.

Il mondo si trasforma in modo rapido ed il quadro politico italiano è assai mutato. L’analisi deve essere accurata e declinata alla costruzione del futuro. Ma i “pensieri lunghi” di Farecentro mostrano un certo grado di resilienza.

La proposta politica che guarda al centro del Paese ossia alla maggioranza degli italiani, senza faziosità e con l’ispirazione pragmatica (fare centro, appunto…) che fu degli azionisti ed è del miglior riformismo di governo. L’idea liberal-democratica delle “pari opportunità” da garantire affinché il merito possa essere premiato, senza vantaggi, in una concorrenza leale e legale. L’impegno irriducibile per l’ Europa comune, secondo il pensiero dei padri fondatori, un’Europa che deve crescere sul piano politico, orientata alla crescita, indispensabile nella scena globale. L’amore per le libertà e i diritti umani, come affermato nelle Convenzioni internazionali e nella Costituzione, senza limiti, restrizioni, condizionamenti, nel nuovo quadro della “democrazia esigente”: siamo quelli che abbiamo inventato il più bel motto della storia dei partiti politici “Democrazia è Libertà”, ai tempi della Margherita. Il riferimento costante alla cultura dell’economia sociale di mercato, attenta alle responsabilità di impresa nei confronti del lavoro, delle disuguaglianze, dell’ambiente. L’attenzione per la centralità e la dignità del lavoro, che va creato, che si trasforma, anche nelle forme nuove delle professioni, nella società della conoscenza, nel “capitalismo intellettuale”. L’ispirazione, da laici credenti e non credenti, all’ umanesimo cristiano e alla dottrina sociale della Chiesa cattolica, radice della cultura europea della fratellanza e della solidarietà. La fede profonda nel metodo democratico del confronto, dell’ascolto, della costruzione dialettica delle migliori soluzioni, senza mai criminalizzare l’avversario. Il rispetto delle istituzioni, dell’equilibrio dei poteri, della democrazia rappresentativa e della funzione politica, di una “buona politica”, e di una giustizia efficiente basata sulle garanzie, non sulla pretesa giustizialista. La cura dello Stato di diritto, nel rispetto della legalità e nel forte contrasto della criminalità e delle mafie, una legalità che non può però tradursi in complicazioni burocratiche che soffocano l’economia e le libertà. Ed infine, nella visione politica, nella tensione che fu di Moro verso il coinvolgimento e la partecipazione del più ampio arco di forze democratiche nella sfida del governo, attraverso il dialogo, le intese, la definizione di solidi programmi comuni.

Questi, tra gli altri, sono i “pensieri lunghi ” e comuni di quanti hanno animato sin dalle origini la rivista Farecentro, le analisi, le discussioni, le azioni, anche sul piano politico. Questi pensieri, questi principi e valori, sono ancora attuali per attraversare il tempo presente e costruire il futuro? Noi pensiamo di Si, anche se idee nuove si affacciano e si impongono.

Prime tra tutte la priorità dello sviluppo sostenibile, come declinata nell’Agenda ONU 2030, che raccolga su basi solide il gesto dirompente dei giovani amici di Greta Thunberg, ed una visione meno liquidatoria e scontata del governo delle immigrazioni, cavallo di battaglia di tutte le destre del mondo, che si basi non sul dilemma totalitario “porti aperti o porti chiusi” ma sul ragionevole concetto di “immigrazione sostenibile”. Ed ancora la centralità di un nuovo equilibrio multilaterale con il protagonismo dell’Europa, l’attenzione per le trasformazioni delle forme del lavoro e del vivere determinate in termini inediti dall’automazione e dalle nuove tecnologie, la piena rivalutazione di una seria politica demografica e familiare per l’Italia ecc…

Per questo abbiamo pensato, nella nuova edizione di Farecentro, di ripartire da una testimonianza di quel lavoro, per aggiornarlo al nostro tempo, per portare esperienze, competenza, passione, “pensieri lunghi” e nuove idee nell’orizzonte del futuro, nel contributo alle politiche di governo utili all’Italia, fuori dalle secche della “vecchia sinistra” ben contrari alle destre nazionaliste, all’antipolitica, al qualunquismo rancoroso dei mondi tristi delle fake news. Abbiamo orgoglio, consapevolezza del passato, voglia di futuro: non è poco!

In primo piano


Due proposte concrete per fare chiarezza sul referendum giustizia.

Il dibattito sul referendum di primavera sulla magistratura è già entrato nel merito e questo è un fatto positivo. Nonostante la complessità tecnica dei temi, e qualche estremismo verbale, il confronto ha assunto toni civili e anche interessanti sui contenuti.

Le ragioni sono due. La prima è la sostanziale incertezza tra le forze in campo, che non coincidono con la tradizionale divisione tra maggioranza e opposizione poiché la posizione favorevole alla riforma attraversa anche una significativa area liberaldemocratica di questa ultima. La seconda ragione è data dall’incertezza del risultato poiché nel referendum confermativo non vi è l’obbligo del quorum, che andrebbe comunque urgentemente riformato, e pertanto si tratta di un referendum vero, dove il voto di ognuno conta.

Questa speciale condizione, a cui non eravamo da anni abituati, ci induce ad approfondire ancora il merito di questo importante referendum con due argomenti sin qui poco considerati.

Il primo riguarda i molti dubbi presenti sulla “parte non scritta” della riforma  dell’ ordinamento giudiziario, sugli effetti del dopo riforma. Se si separano totalmente le carriere tra pubblici ministeri e giudici, i primi saranno solo “avvocati di accusa”, come quelli della difesa, con il giudice “ terzo”, o continueranno ad essere anche “imparziali”, ossia obbligati a ricercare anche le prove di non colpevolezza dell’ indagato, come oggi previsto? Il pubblico ministero sarà, in sostanza, ancora “parte imparziale” o la regola oggi stabilita dall’art.358 del codice di procedura sarà poi eliminata per effetto della riforma? 

Chi sostiene le ragioni della riforma, votando Si al referendum, non spiega bene questo punto mentre  chi sostiene il referendum, votando No, da per scontato che il principio della “parte- imparziale” sarà inevitabilmente cancellato dal successo della riforma.

Ma entrambe queste posizioni andrebbero chiarite dai due fronti prima del voto.

La nostra opinione, più volte espressa anche nelle sedi istituzionali, è che l’apparente ossimoro del pubblico ministero “parte-imparziale” costituisca una ricchezza garantista del processo penale e delle libertà dei cittadini. Se infatti il pubblico ministero dovesse esercitare il magistero dell’accusa, in nome dello Stato, senza rispettare gli obblighi della legge e della verità perseguendo anche chi appare non colpevole, non avremmo una giustizia più giusta. Il p.m. “ avvocato dell’accusa” avrebbe infatti dalla sua la forza della polizia giudiziaria, delle intercettazioni, dei periti, dei consulenti, delle risorse finanziarie pubbliche mentre, dall’ altra parte, avremmo il cittadino solo con il suo avvocato e ben scarse risorse, salvo eccezioni. È  ovvio che una tale situazione di disparità non può dirsi più garantista dei diritti e delle libertà del cittadino.

È però vero, come sostengono molti fautori della riforma, che questa regola del nostro codice, questa attenzione nella ricerca delle “prove di non colpevolezza”, non è attualmente molto rispettata dai pubblici ministeri. Bene, anzi male, ma questa è la giusta occasione per farla rispettare di più. 

Pochi giorni fa un importante magistrato, che fu già protagonista della stagione milanese di Mani Pulite, è stato condannato ad otto mesi di reclusione per la violazione di questo obbligo.

 Occorrerebbe precisare, con un’iniziativa legislativa prima del voto, che anche se vince il Si alla riforma e si separano le carriere ed il pubblico ministero diventa con più nettezza una “parte”, questo obbligo di “imparzialità” non verrà meno, a garanzia dell’imputato.

Dunque, per chiarire le diverse posizioni in campo sul futuro e le intenzioni stesse della riforma, si potrebbe stabilire che all’ attuale articolo del codice di procedura che prevede “ l’ imparzialità” del pubblico ministero nella ricerca delle prove sia ora aggiunta la previsione che “ in difetto, la condotta è considerata “illecito disciplinare”, con conseguenti sanzioni per il magistrato”.

Maggioranza e opposizione, sostenitori del Si e del No, potrebbero convenire su questa proposta e rendere così più chiara la loro visione del ruolo del pubblico ministero per il futuro, consentendo un voto più informato.

Un’ altro punto che merita di essere chiarito ora, prima del voto, è dato dal modo più efficace per ridurre gli effetti negativi del “correntismo” e del “favoritismo” nelle nomine alle alte cariche giudiziarie.

A questo scopo la riforma, come noto, prevede l’estrazione a sorte dei componenti dei due C.S.M.

Ma si potrebbe obiettare che tale metodo, in sé un po’ mortificante per la magistratura perché a tutti in democrazia è garantito il potere di eleggere i propri rappresentanti, non mette del tutto al riparo dal rischio di nomine “amicali” poiché anche i sorteggiati, in parte da liste di nomina parlamentare, possono esprimere o costruire  ex post reti di favori e di condizionamenti.

Un metodo invece più chiaro e sicuro sarebbe quello di selezionare gli incarichi di vertice attraverso la valutazione delle diverse progressioni di carriera e dell’anzianità di servizio, come già oggi avviene, e di decidere nella fase finale, quando le posizioni selezionate sono in genere due o tre con pari merito, attraverso il metodo del sorteggio.

In questo modo, il criterio  meritocratico resta prevalente e il sorteggio avviene tra pari spezzando ogni obbligo di riverenza nei confronti di chi effettua la nomina. 

Anche questa norma può essere introdotta facilmente nell’ ordinamento giudiziario o anche semplicemente annunciata, prima del referendum, con un atto parlamentare impegnativo.

I leader politici dovrebbero tenerne conto.

Sono due proposte che renderebbero il voto più consapevole e chiaro anche sul futuro della riforma. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *