Memoria e attualità del Concilio Vaticano II

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Ricordare il Concilio non vuol dire farne la celebrazione. Questo non serve a nulla. Ricordare il Concilio vuol dire ritrovarne l’attualità, la presenza, la vitalità, quello che ancora oggi esso può dire, della Chiesa, di noi, del nostro futuro, della salvezza, della fede. Non si tratta di una memoria archivistica, è una memoria vivente, una memoria attualizzante, trasformatrice.

La memoria del resto ha avuto una parte rilevante nel Concilio. Tutti i venti Concili precedenti sono stati richiamati, resi presenti, e il Vaticano II ne ha come fatto la ricapitolazione, l’ermeneutica, l’esegesi: dal contenuto fondamentale della fede cristologica e trinitaria dei Concili di Nicea, di Efeso, di Calcedonia, con la decisiva aggiunta che con l’incarnazione “il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo”, al risanamento della controversia sulla “sola Scriptura” del Concilio di Trento, alla giusta interpretazione del Vaticano I con l’armonizzazione del primato petrino con la collegialità episcopale.

Il Concilio però ha anche riconosciuto che la memoria non è innocua, non è neutrale, se non è purificata può inquinare anche il presente. Ciò è tanto vero che il Concilio si è concluso con un atto solenne congiunto della Chiesa di Roma e di quella di Costantinopoli, il cui oggetto era una memoria da rimuovere, perché era stata causa di dolorosissime vicende nella vita delle due Chiese, e ancora motivo della loro separazione.

La memoria da rimuovere, da “cancellare”, era quella della scomunica che nell’XI secolo si erano reciprocamente lanciate le sedi di Roma e di Costantinopoli. Ma allo stesso modo il Concilio ha voluto medicare altre memorie, e affrancarne la Chiesa di oggi: la memoria dell’antisemitismo cattolico, la memoria del processo a Galileo, la memoria della scomunica pontificia dell’età moderna, la memoria della condanna ottocentesca della libertà come di un “deliramentum”, un delirio.

Fare i conti con quelle memorie voleva dire adottare delle scelte nuove. E poi si dice che il Concilio non ha cambiato le cose! Nel segno di questa memoria attiva del Concilio, a cinquanta anni di distanza, si può discernere ciò che in esso fu essenziale. E si può cominciare col dire che in realtà, in uno solo, si sono celebrati due Concili: il Concilio di Giovanni XXIII e quello di Paolo VI.

Il Concilio di papa Giovanni era tutto proiettato sul mondo. Già lo si era visto col radiomessaggio che un mese prima dell’apertura, l’11 settembre 1962, papa Roncalli aveva rivolto a tutti i fedeli.

Ciò di cui parlava era dell’amore delle famiglie riunite attorno al focolare domestico, dell’uomo che cerca il pane quotidiano per sé, per la moglie, per i figliuoli; del suo bisogno di istruirsi, della libertà di cui è geloso; delle “miserie della vita sociale che gridano vendetta al cospetto di Dio” e dell’anelito dei popoli a percorrere ciascuno la sua strada, nel trionfo della pace e in una esistenza umana più nobile e giusta; e della Chiesa che è bensì la Chiesa di tutti, ma è particolarmente la Chiesa dei poveri.

Lo si vide poi nel discorso di inaugurazione del Concilio, con il licenziamento dei “profeti di sventura che annunciano eventi sempre infausti”, e con il mandato a rinnovare l’annuncio della fede in forme e modi conformi ai linguaggi e alle culture di oggi, secondo quanto i nostri tempi richiedono; e poi con quel discorso della sera dell’11 ottobre, quando il Papa disse di “udire le voci” dei suoi figli, e si mise con loro in un rapporto di fraternità, “tutti insieme” inclusi nella grazia di Dio, e indicando la luna ripropose il tema evangelico dei “segni dei tempi”.

Il Concilio di Paolo VI era invece più ripiegato sulla Chiesa, più ecclesiocentrico, e doveva rispondere alla domanda che lo stesso Paolo VI, quando era ancora il cardinale Montini, gli aveva posto il 5 dicembre 1962, nel corso della prima sessione conciliare: “Chiesa di Cristo, che cosa dici di te stessa?”

Su questa strada, il Concilio di Paolo VI è andato molto avanti nella riflessione sulla Chiesa. Fondamentale è stata la distinzione introdotta tra la Chiesa di Cristo, qual è professata nel Credo, e la Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui. La Chiesa di Cristo “sussiste nella Chiesa cattolica”, ma non si esaurisce in essa e molti elementi di santificazione e di verità si trovano anche al di fuori del suo organismo.

Più tardi, nell’enciclica “Redemptoris missio” Giovanni Paolo II introdurrà anche la distinzione tra Regno di Dio e Chiesa: le due cose sono congiunte, ma non si identificano. Questa acquisizione, tratta dalla autentica Tradizione, faceva cadere la vecchia formula “extra Ecclesiam nulla salus”, cioè fuori della Chiesa (intesa come Chiesa cattolica) non c’è salvezza. Superando la rivendicazione dell’esclusiva gestione della grazia di Dio sulla terra (ancora fieramente affermata dai lefebvriani) la Chiesa del Concilio si apriva non solo all’ecumenismo, ma anche alle altre religioni, a cominciare dall’ebraismo e dall’Islam, e alle culture del mondo; e trovava il suo fondamento la libertà religiosa e la libertà tout court, cioè la libertà di credere o di non credere senza costrizioni, pur nel dovere di seguire la verità, in quanto riconosciuta nel sacrario della coscienza.

Una prima conseguenza di questa più matura percezione di fede, fu il rifiuto del Concilio di confermare la dottrina, pur seguita per secoli, secondo la quale i bambini morti senza battesimo non vanno in Paradiso e sono esclusi dall’incontro con Dio; i vescovi dissero che quella non era la fede del loro popolo, che altro era il “sensus fidelium”; e infatti alcuni decenni dopo quella dottrina fu ufficialmente abbandonata con un documento romano che, per così dire, cancellava anche la memoria del Limbo.

Dove invece il Concilio di Paolo VI non ha funzionato, è stato nella riforma della Chiesa. Il rinnovamento delle strutture istituzionali non c’è stato: la collegialità è stata affermata ma mai veramente attuata; lo stesso Paolo VI del resto vi ha messo un freno già nel corso delle votazioni del Concilio sulla “Lumen Gentium”, e dell’organo che avrebbe dovuto interpretare la corresponsabilità di governo dei vescovi col papa, il Sinodo dei vescovi, ha fatto un organo consultivo di cui il papa, se vuole, si avvale.

Giovanni Paolo II rilancerà poi la figura totalizzante del papa; non è più il papa onnipotente di cui tutti i principi dovevano baciare i piedi, come diceva il Dictatus Papae di Gregorio VII nell’XI secolo, ma è il papa onnipresente con i suoi viaggi e la sua ubiquità mediatica, che ha non i principi, ma le folle ai suoi piedi.

Purtroppo con nessuna di queste due cose si rende cristiana la società. Anche i rapporti tra i diversi “generi” di cristiani sono rimasti immutati; la Chiesa è ancora pensata nella tripartizione di clero, religiosi e laici; il “popolo di Dio” è molto citato, ma mai chiamato in causa. Quanto ai sacerdoti, la figura ideale del prete, che la Congregazione del clero sempre ripropone è quella del prete tridentino, maschio, celibe e sacro.

Il Concilio di Giovanni XXIII è andato invece molto più avanti di quanto finora si è ritenuto nel suo abbraccio col mondo dell’uomo. In esso si sono scontrate non due figure di Chiesa, ma due antropologie; ambedue sono antropologie del peccato e della grazia, altrimenti non sarebbero antropologie cristiane, ma il loro rapporto è declinato in tutt’altro modo. Secondo la prima, durata fino al Vaticano II, in principio c’era il peccato; per la seconda, in principio era la grazia. Secondo la prima l’uomo non è integro nella sua natura, è decaduto dal suo nobile casato in cui Dio lo aveva messo creandolo, non è più fornito dei beni preternaturali di cui era stato dotato, e se muore è per colpa sua.

L’uomo è il giocattolo rotto di Dio, che dopo la caduta Dio ha scacciato lontano da sé, in attesa della futura redenzione. Quest’uomo, a meno che non sia momento per momento tirato con i fili da Dio, non può fare nulla, tanto meno può indirizzare e salvare la storia; pensare il contrario sarebbe “neo-pelagiano”. Il pessimismo antropologico, ma anche morale e politico, nasceva da qui.

La seconda antropologia attribuisce invece la morte fisica e tutti i limiti della condizione umana alla creaturalità che è propria della natura dell’uomo quale è uscito dalle mani di Dio, ma come sua immagine. Il peccato non ha revocato né rompe questa immagine; anche dopo la caduta “Dio non abbandonò” gli uomini ”ma sempre prestò loro gli aiuti per salvarsi, in vista di Cristo redentore”. La cristologia riscatta l’antropologia pessimistica, perché Cristo è coeterno al Padre, generato prima di ogni creatura, in lui la misericordia di Dio è in atto già prima del peccato umano, il primo Adamo è lui.

L’ottimismo del Concilio, che è stato attribuito a una deriva “liberale” e mondana, nasce invece da lì, dal piano di Dio sull’uomo e sul cosmo che il Vaticano II torna a raccontare all’uomo moderno in modo persuasivo e credibile. La “metafora” del peccato originale, come Benedetto XVI l’ha chiamata nelle sue omelie, svela tutto il suo contenuto di fede, ben al di là dell’immagine del Dio vindice, nel sangue del Figlio, della propria dignità offesa.

La fiducia del Concilio nell’uomo, nei lumi della modernità, nelle costruzioni giuridiche umane, nelle Costituzioni, e nella libertà che, insieme alla verità, alla giustizia e all’amore, come diceva Giovanni XXIII nella “Pacem in terris”, deve guidare le azioni umane sulle vie della pace, è fondata non sulle ideologie novecentesche, ma sulla fede nella Trinità, nella quale Dio è inseparabilmente misericordia giustizia e libertà.

 

Raniero La Valle, giornalista e scrittore

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