Ecco come sarà la Terza Repubblica

Alfano-Bersani-Casini-e-Monti Lavori in corso per riscrivere le regole e rimettere in carreggiata un PaeseLe nuove regole viste da Capotosti e Lippolis

Ecco come sarà l’Italia “alla tedesca” se passano queste riforme: per Piero Alberto Capotosti «la stabilità del sistema è prioritaria per garantire la governabilità». «Perchè il nemico resta sempre la frammentazione» dice Vincenzo Lippolis

«L’ho detto e lo confermo: il percorso virtuoso sarebbe quello di pensare prima alla riforma costituzionale e poi di cambiare la legge elettorale. Siamo, però, arrivati alla fine naturale della legislatura e i tempi sono molto stretti, anche considerando l’eventualità di un referendum sulla riforma costituzionale» …

il presidente emerito della Corte costituzionale, Piero Alberto Capotosti, dall’alto della sua esperienza consiglia la strada più semplice per rendere il sistema più europeo. È comprensibile lo sforzo dei partiti per dimostrare che la politica non è andata in pensione, però bisogna essere realistici e se si riuscisse a ottenere almeno una nuova legge elettorale, che si approva in tempi più brevi, sarebbe un buon risultato. Altrimenti ci sarebbe il rischio di ritrovarsi con un Parlamento eletto con il sistema attuale: meglio guardare al modello tedesco, con uno sbarramento che permetta di entrare in Parlamento a cinque, sei partiti al massimo».

Il professor Vincenzo Lippolis, docente di Diritto pubblico comparato alla Luspio di Roma, ritiene che «ci sia la tendenza a cercare di restringere al massimo gli interventi sulla Costituzione. Ritengo più decisivo pensare un nuovo sistema elettorale, anche se nel ’93 ci fu l’errore di voler costruire solo con la legge elettorale un modello di democrazia bipolare, addirittura bipartitico all’inglese. A questo bisogna aggiungere anche delle considerazioni sull’operato dei partiti. Era, cioè, difficile arrivare a quel modello bipolare, partendo da un quadro partitico frammentato. Perché ci possano essere delle svolte compiute è necessario che si combinino vari elementi: interventi di carattere normativo (riforma costituzionale, legge elettorale, regolamenti parlamentari), mentre il sistema dei partiti e le le loro aggregazioni che non possono essere decise per decreto, ma dipendono da questioni ideologiche e dal quadro politico. Se si arrivasse a una legge elettorale di tipo tedesco avremmo fatto un grosso passo avanti verso la stabilità».

Ma perché dovremmo andare verso una Terza Repubblica? Il presidente Capotosti è molto chiaro: «Perché le prime guardue sono fallite, anche se ad onor del vero la Prima ha avuto meriti grandissimi, trasformando l’Italia da una società di tipo agricola a una post-industriale, che ha assicurato la libertà e la democrazia dopo un periodo tristissimo della nostra storia. Ma è finita con gli anni ’90 sia per l’implosione a livello internazionale del mondo comunista sia per l’emergere di Tangentopoli. Questi due fenomeni hanno comportato una profonda rivoluzione del sistema partitico e politico, da qui si è partiti per rinnovare la classe politica di allora, profondamente e negativamente toccata da Tangentopoli, modificando anche il sistema elettorale. A questo punto si è cominciato a fare delle forzature, prendendo delle scorciatoie come i referendum in tema di materia elettorale. Il mattarellum e il porcellum poi sono stati due sistemi elettorali, sostanzialmente, di tipo maggioritario con l’obiettivo di assicurare una reale governabilità. Invece si è andato incontro a ripetute crisi del sistema con ribaltoni e frammentazioni nei gruppi parlamentari che sarebbero dovuti essere estremamente coesi».

La terza Repubblica che disegna il professor Lippolis è «una forma di governo di tipo parlamentare con una maggiora razionalizzazione, nel senso di regole che impediscano la frammentazione partitica con uno spettro di sistema di partiti che non vada oltre a cinque sei partiti. Con una maggiore libertà delle forze politiche di valutare le alleanze in Parlamento».

Oggi, secondo il presidente Capotosti siamo «di fronte a una crisi profonda, come certificano i sondaggi, nei confronti dei partiti. Si tratta di una crisi di rappresentanza, ma una vera e autentica democrazia senza partiti non ci può essere. Si tratterà di trovare accanto a queste forze altre forme di democrazia partecipativa, per dare più spazio ai cittadini di operare direttamente senza l’intermediazione partitica. Si potrebbe promuovere, ad esempio, attraverso i social network dei referendum di indirizzo, oppure delle proposte di legge elaborate da un certo numero di cittadini che vincolino il Parlamento a prenderle in considerazione. A livello locale i cittadini devono poter scegliere sui servizi pubblici più utili, sui trasporti e in materia ambientale. Mentre a livello centrale non bisognerebbe farsi suggestionare da tentazioni presidenziali o semipresidenziali: è fallito il tentativo fallito del bipolarismo di portarci in Inghilterra o negli Stati Uniti, siamo rimasti in Italia con le ossa rotte. Si è trattato di un bipolarismo muscolare, coatto che ha creato un clima da guelfi e ghibellini».

Il professor Lippolis insiste sull’importanza del sistema elettorale e sull’evoluzione dei partiti politici: «È importante che che si creino delle forze omogenee, coese al loro interno e disponibili ad allearsi».

E, come conclude Capotosti: «Mi sembra che le forze politiche siano indirizzate verso un sistema parlamentare con una maggiore efficienza e funzionalità del governo: assicurando un potere di direttiva politica più efficiente e più effettiva a presidente del Consiglio, rispetto ai ministri, con potere di nomina e di revoca degli stessi. E al tempo stesso dando al premier la titolarità del rapporto di fiducia con le Camere. Per garantire la stabilità bisognerebbe introdurre quella che in Germania si chiama sfiducia costruttiva: non si potrà mandare via un governo senza che ci sia un candidato che abbia la maggioranza assoluta. Rispetto all’attuale bipolarismo, inoltre, bisognerebbe pensare a una differenziazione delle due Camere sia di compiti sia di struttura, oltre alla riduzione del numero dei parlamentari. Per la seconda Camere si potrebbe ipotizzare a forme di elezioni di secondo grado attraverso le Regioni. Tutto questo, insieme all’aggiornamento dei regolamenti, che snellirebbero la funzionalità del Parlamento».

 

Franco Insardà, Liberal

 

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